Gipi Visconti
Personaggio·8 settembre 2026

Chi era Kathrine Switzer e perché la sua corsa può ispirare i bambini

Il 19 aprile 1967, al secondo miglio della maratona di Boston, un uomo in giacca scura si lanciò tra la folla dei corridori per strappare un numero dal petto di una ragazza. Il numero era il 261, la ragazza si chiamava Kathrine Switzer e aveva vent'anni.

Il 19 aprile 1967, al secondo miglio della maratona di Boston, un uomo in giacca scura si lanciò tra la folla dei corridori per strappare un numero dal petto di una ragazza. Il numero era il 261, la ragazza si chiamava Kathrine Switzer e aveva vent'anni.

Kathrine Virginia Switzer era nata il 5 gennaio 1947 ad Amberg, in Germania, dove suo padre prestava servizio come maggiore dell'esercito americano. Tornata negli Stati Uniti da bambina, crebbe in Virginia convinta, come le ripeteva spesso il padre, che fosse meglio essere protagonisti della propria vita che semplici spettatori. Da questo consiglio nacque la sua passione per lo sport, prima l'hockey su prato, poi la corsa, che allenava ogni giorno insieme ad Arnie Briggs, un postino maratoneta diventato il suo allenatore all'università di Syracuse.

All'epoca le donne non potevano iscriversi ufficialmente alle maratone: si credeva, senza alcuna base scientifica, che il loro corpo non fosse fatto per correre distanze così lunghe. Switzer si iscrisse comunque, firmando con le iniziali K.V. Switzer, e nessuno degli organizzatori si accorse che dietro quella sigla c'era una donna. Il giorno della gara corse insieme a Briggs e al suo fidanzato Tom Miller, lanciatore del peso nella squadra di atletica.

Fu allora che il co-direttore della gara, Jock Semple, la vide correre e le si scagliò contro urlando di lasciare il suo numero e di andarsene dalla sua corsa. Briggs cercò di proteggerla e finì a terra, ma Miller riuscì a spingere via Semple, e Switzer continuò a correre fino al traguardo, completando la maratona in circa quattro ore e venti minuti. La fotografia di quel momento, scattata da un giornalista sul percorso, fece il giro del mondo e mostrò a milioni di persone quanto fosse difficile, per una donna, anche solo il diritto di correre.

Cinque anni dopo, nel 1972, la maratona di Boston aprì finalmente l'iscrizione ufficiale alle donne. Switzer non smise di correre: nel 1974 vinse la maratona di New York e nel 1975 tagliò il traguardo di Boston in seconda posizione, con il suo record personale di 2 ore, 51 minuti e 37 secondi, tra le prime dieci maratonete al mondo di quell'anno.

E il suo lavoro non si fermò alla pista. Switzer fondò l'Avon Running Global Women's Circuit, una serie di gare femminili organizzate in ventisette paesi, che contribuì a convincere il Comitato Olimpico a inserire la maratona femminile nel programma dei Giochi di Los Angeles del 1984. Diventò anche giornalista sportiva e commentatrice televisiva, raccontando lo sport che l'aveva resa famosa da un punto di vista nuovo.

Nel 2015 fondò 261 Fearless, un'organizzazione internazionale che usa la corsa per aiutare donne di ogni età e provenienza a superare paure e limiti che spesso vengono loro imposti dagli altri. Il nome viene proprio da quel numero che Jock Semple aveva tentato di strapparle. Due anni dopo, nel 2017, a cinquant'anni esatti da quella corsa, Switzer tornò a Boston e corse di nuovo con il pettorale 261: la maratona decise di ritirarlo per sempre, e da allora nessun altro atleta lo indosserà più. Con Semple, tra l'altro, sarebbe diventata amica negli anni successivi: un dettaglio che racconta quanto anche le storie più dure possano cambiare.

A un bambino, la storia di Kathrine Switzer si può raccontare partendo da una domanda semplice: cosa faresti se qualcuno cercasse di impedirti di fare la cosa che ami di più? Gipi Visconti le ha dedicato uno dei volumi della collana Piccoli Grandi Eroi, per raccontare proprio quella corsa e il numero che oggi porta ancora il suo nome.

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