La lettura è un viaggio: perché ho scritto Piccoli Grandi Eroi anche per chi fa più fatica ad arrivarci
Quando un bambino apre uno dei libri di Piccoli Grandi Eroi e comincia a leggere, il suo cervello si mette in cammino, riga dopo riga, dentro un mondo che prima di quel momento non esisteva.
Quando un bambino apre uno dei libri di Piccoli Grandi Eroi e comincia a leggere, il suo cervello si mette in cammino, riga dopo riga, dentro un mondo che prima di quel momento non esisteva. Non è soltanto un modo di dire: è quello che succede, in modo concreto, ogni volta che una storia viene letta invece che raccontata. La pagina diventa una strada, e chi legge la percorre da solo, un passo dopo l'altro, fino a un posto in cui non era mai stato.
E in quei libri il mondo che si attraversa non è mai inventato apposta per far sognare chi legge. Chi cammina dentro quelle pagine incontra qualcuno che ha vissuto esattamente quello che il libro racconta, e che ha lasciato dietro di sé una strada reale da poter seguire, non un sentiero disegnato per l'occasione. È un dettaglio che sembra piccolo, ma cambia la natura del viaggio: non si esplora un luogo di fantasia, si ripercorre un luogo che è esistito.
E quel cammino non si fa mai da soli. C'è la relazione con chi ha scritto quelle pagine, con la scelta di ogni parola pensata per arrivare a chi le leggerà. Ma c'è anche un'altra relazione, più silenziosa: quella con chi condivide la stessa storia nello stesso momento in cui viene letta, un bambino che entra da solo in una pagina, e un adulto, che gli sta accanto mentre lo fa, magari senza aggiungere una parola, aspettando solo di sapere come va a finire.
C'è però un punto a cui penso spesso, mentre scrivo per bambini che stanno imparando a leggere: la lettura è un diritto, ma non è un diritto che si esercita allo stesso modo per tutti. Ci sono bambini che aprono un libro e ci entrano senza sforzo, e ci sono bambini per cui ogni riga è una salita, non perché manchi la voglia o l'intelligenza, ma perché decifrare quei segni sulla pagina richiede loro un lavoro che ad altri non serve nemmeno immaginare. E se un testo non tiene conto di questo, il viaggio di cui parlavo all'inizio, quello che il cervello dovrebbe percorrere leggendo, per loro non comincia nemmeno.
È su questo margine che ho lavorato scrivendo Piccoli Grandi Eroi. Ogni frase è costruita per reggersi da sola, senza subordinate che si arrampicano una sull'altra, così che chi fa più fatica non debba fermarsi due volte nella stessa riga. Il contenuto non si semplifica: la storia resta quella vera, con tutta la sua complessità, e quello che cambia è la strada per arrivarci, resa più percorribile per chi normalmente ne resta fuori.
E questo non riguarda solo le frasi. Riguarda anche il momento in cui, accanto al bambino, c'è qualcuno che lo accompagna: un adulto che, senza correggere ogni parola pronunciata a fatica, resta lì, presente, mentre la pagina viene conquistata una riga alla volta. Quella presenza fa parte del libro quanto le frasi stampate, e un testo pensato per essere letto insieme a qualcuno deve lasciare spazio anche a quello, non solo alle parole.
C'è un momento che mi capita di vedere, ed è quello in cui un bambino che di solito si ferma dopo due righe arriva fino in fondo alla pagina. È lo stesso viaggio di cui parlavo all'inizio: un cervello che cammina in un mondo mai esistito prima, questa volta senza restare indietro rispetto a chi cammina più veloce.